lunedì 14 giugno 2010

E’ la mente che scatta, non la macchina


TESTO CRITICO A CURA DI S.G. - FemminArt Review

Quella di Marla Lombardo è un’indagine a tappeto, sistematica, instancabile sull’insieme di fotogrammi in cui la vita traduce se stessa. Il film è sempre lo stesso, il lungometraggio dell’assurdo nel quale ricercare i fermo immagine che qualifichino la rappresentazione, che rendano meno tediosa la sequenza. Farsi largo nella jungla delle icone, sparate ormai come raggi laser ai nostri occhi, con il fermo proposito di accecarli, è compito della fotografia, che ci dimostra come in una scena usuale, in quei ventiquattro fotogrammi che formano un secondo di visione, ci sia quello che va salvato, e che trasforma la vita stessa in un’opera d’arte.

Marla ossequia la fotografia nella sua accezione panica, perché si muove a trecentosessanta gradi, innanzitutto, e poi perché lascia libera la mente di prefigurare il taglio al quale la realtà è costretta poi ad adeguarsi. Ai più la fotografia sembra un semplice reportage, asettico, oggettivo, anzi, per alcuni questo rappresenta il dettato della sua filosofia, cioè astenersi il più possibile dall’alterazione della realtà. E invece la fotografia è maggiormente una rivisitazione individuale della stessa, come può esserlo un quadro, o una poesia, con l’attenuante che si parte da un dato ritenuto oggettivo. Questi va penetrato soggettivamente, come Robert Capa, che rifiutava il teleobiettivo, e fotografava l’interno della mina, finchè c’è saltato sopra.


Marla è lei la mina, che esplode nei paciosi aspetti di vita quotidiana, squisita in modo inebriante la sua Urban Therapy, stravolgendo le ombre, recando grazia ai soliti segni di interpunzione, trasformando un percorso in un tour, assegnandoci a volo le istantanee di poesia di cui trabocca ogni scenario dato per scontato, come la vita. Viceversa, quando s’imbatte nei contesti dell’abbandono, sia esso naturale come una casa desueta, sommessa di antico lignaggio, riconquistata dall’erba, o peggio nell’oltraggio di scritte invereconde che amano i luoghi dell’incuria, Marla puntigliosa censisce, e non per esecrare, facile compito della foto di denuncia, ma per riconquistare alla memoria lo status quo ante, e liberare il presente che cerca un tetto sfondato perché in realtà cerca il cielo.


La tecnica sopraffina nella ricerca del particolare, realismo dell’immaginario, tenuta vigile da un bianco e nero che per tanti è ancora la vera fotografia, rendono Marla duttile, magnetica nell’afferrare lo speculum della sua mente, e metterlo in gioco, per tutti, nel turbine della realtà voluta, invece che taciuta.

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